Aiya non ricordava molto della battaglia, era successo tutto così velocemente. Si sentì alzare da terra, le sue mani erano legate dietro la schiena. Riusciva a sentire il villaggio in fiamme, i corpi sparsi dappertutto. L’odore rugginoso del sangue le penetrava il naso mentre fissava il cielo e lo vedeva rabbuiarsi.

“Sævargangr”, disse Dagr tra sè e sè, guardando il cielo. Lo fissò ancora per un momento, prima di abbassare lo sguardo verso di lei.

“Nafn?”, domandò. Quando lei non rispose, ripetè la domanda in inglese, “Nome?”, il suo accento era pesante.

“Aiya”.

“Hvem er gutten?”, indicò il punto in cui giaceva il corpo privo di vita di Noah; lei immaginò le stesse chiedendo chi fosse.

“Nessuno”.

“Sei spaventata?”, lui sogghignò.

“Poche cose mi spaventano ormai”, rispose lei con con tutta la forza che riuscì a mettere nella sua voce. Lui la guardò in modo strano, ma continuarono a camminare verso le navi.

In coperta la spinsero per terra, la violenza le fece perdere il fiato. Dagr le poggiò lo stivale nero punteggiato tra le scapole, la pressione era insostenibile. Prese un coltellino dalla cintura e lo portò alla gola di lei, “Bo hvor du er”. Lui si piegò e le bisbigliò qualcosa all’orecchio, prima di andare ad aiutare i suoi compagni con i loro tesori.

Lei non capì le sue parole ma sapeva che era meglio non contraddirlo.

Le lunghe navi cominciarono a salpare. Era una sensazione strana, aveva sempre voluto andar via, ma non così, non da sola.

Diede un’occhiata in giro sulla nave, non sembrava molto grande. C’erano più uomini di quanto sapesse contare, uomini giganteschi. Molti di loro indossavano robuste armature sopra alcuni tipi di pelli e pellicce animali. L’uomo chiamato Dagr portava della ossa sulla sua armatura nera, dei trofei immaginò lei, perché sembrava un guerriero spietato che aveva visto molte battaglie da cui traeva godimento. Portava i capelli neri in una lunga treccia lungo la schiena, mentre i lati della testa erano rasati e un drago tatuato delineava il profilo del suo teschio. I suoi lineamenti lo rendevano un bell’uomo, ma i suoi occhi lo tradivano.

L’uomo chiamato Ragda, invece, non era possente come il resto degli uomini, ma senza dubbio non era meno spietato. I suoi capelli biondi erano tagliati all’altezza delle spalle e, come per l’altro, erano rasati sui lati, anche se lui li teneva raccolti in una crocchia sulla nuca e non aveva tatuaggi. Una cicatrice gli partiva dal collo e arrivava quasi alla mandibola, come se qualcuno avesse provato a tagliargli la gola, e questo peggiorava la sua sgradevole figura.

“Vi kommer Hjem! Questa escursione è stata prospera, il Jarl sarà soddisfatto”, gridò Ragda al suo equipaggio. Mentre si avvicinava alle donne, alcune legate e imbavagliate, i suoi occhi incrociarono di nuovo Aiya. “Vænn”, disse guardando Dagr, “Nafn?”

“Aiya”.

Ragda strinse gli occhi verso di lei, la prese per un braccio e la trascinò sottocoperta. Lei sentiva le dita di lui infilzarle il braccio. La fece girare velocemente in modo che lo guardasse e non potesse scappare.

“Mi fai male”, gridò Aiya, spaventata dalla sua forza.

Fece scorrere un dito sulla guancia di lei. “ Sei molto bella”.

“Cosa c’entra questo? Lasciami!”, iniziò a lottare contro la sua presa, non voleva altro che allontanarsi da lui.

“Perché ti opponi? Se ti volessi, nessuno potrebbe fare niente per fermarmi”, la bocca si trasformò in un ghigno sfacciato, perché aveva notato il panico nei suoi occhi. Lei smise di lottare per fissarlo, voleva schiaffeggiarlo, ma lui le serrava le mani lungo il fianco.

“Mi piace il tuo spirito. Sfortunatamente, tu appartieni a Dagr”. I suoi occhi ridevano, ma lui era rimasto in silenzio.

Poi lui sorrise e si piegò verso di lei, che rimase ferma.

“Aiya Den Vænn”.

“Non capisco”.

“Aiya la Bella”, improvvisamente lui la lasciò e la mandò correndo su per le scale verso l’aria fresca.

Lei non aveva mai visto uomini come Ragda o Dagr prima d’ora e la loro spietatezza la spaventava e la intrigava allo stesso tempo.

Prese il suo posto accanto alle altre donne prigioniere, piegando le ginocchia al petto. Era stanca della giornata, chiuse gli occhi, avrebbe sognato un tempo migliore e pregato di non svegliarsi.

 

La rabbia di una vichinga © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

 

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