CHAPTER 3

Aiya didn’t recall the battle; it seemed to have happened so fast. She was lifted off the ground, her hands bound behind her back. She could smell the village burning, bodies scattered on the ground. The rusty smell of blood was embedded in her nose, as she stared up at the sky, watching as it darkened.

“Sævargangr,” Dagr spoke to himself, looking at the sky. He stared a moment longer before bringing his gaze down to her.

“Nafn?” He asked. When she did not answer, he repeated his question in English, “Name?” His accent was heavy.

“Aiya.”

“Hvem er gutten?” He pointed to where Noah’s lifeless body lay, she assumed he was asking who he was.

 
“No one.”

“Are you frightened?” He smirked.

“There is little I am frightened of anymore.” She answered with as much strength in her voice as she could muster. He gave her a strange look but they continued to walk towards the ships.

She was thrown down on the deck; the force knocked the wind out of her. Dagr put his black studded boot between her shoulder blades, the pressure was unbearable. He drew a small dagger from his belt and held it to her throat, “Bo hvor du er,” He bent down as he whispered in her ear, before moving to help one of his companions with their own hoard.

She didn’t understand his words but she knew not to cross him.

The long boats began to set sail. It was a strange feeling, she always wanted to leave but not like this, not alone.

 
She gazed around the ship, it didn’t seem very big. There were more men than she knew how to count, gigantic men. Many of them wore thick armor over some sort of animal skin and furs. The one called Dagr wore bones on his black armor, trophies she guessed, for he seemed like a fierce warrior that had seen many battles and enjoyed them. He wore his black hair in a long braid down his back, the sides of his head were shaved and a dragon tattoo outlined one side of his skull. His features made for a handsome man, but his eyes gave him away.

 
As for the man called Ragda, he wasn’t as big as the others, but no doubt he was just as fierce. His blonde hair was cut to his shoulders, and like the other man the sides of his head were shaved except he had no tattoo, he kept his hair pulled back into a knot at the back of his head. A scar stretched from his neck to just under his jaw as though someone had tried to cut his throat, it added to his hard appearance.

 
“Vi kommer Hjem! This raid has been prosperous; the Jarl will be pleased,” Ragda yelled to his crew. As he moved closer to the women, some bound and gagged, his eye caught Aiya again. “Vænn,” He said looking at Dagr, “Nafn?”

 
“Aiya.”

Ragda narrowed his eyes at her. He grabbed her by the arm and dragged her under the deck of the ship. She could feel his fingertips digging into her arm. He flung her around to face him not letting her go.

“You’re hurting me,” Aiya shouted, frightened of his strength.

He ran a finger down her cheek. “You’re very beautiful.”

“What has that to do with anything? Release me”, she began to fight against his hold, she wanted nothing more than to get away from him.

“Why do you fight me? If I want you, there is nothing anyone can do to stop me,” His mouth turned up into a cocky smirk, as he noticed the panic in her eyes. She stopped fighting to glare at him, she wanted to slap him, but he kept her hands secured to her side.

“I like your spirit. Unfortunately, you belong to Dagr,” His eyes were laughing at her. He remained quiet.

Then he smiled, leaning close to her; she did not move away.

“Aiya Den Vænn.”

“I don’t understand.”

“Aiya The Beautiful,” He released her suddenly and sent her running up the ladder to the fresh air.

She had never seen men like Ragda, nor Dagr before and their ferocity both frightened and intrigued her.

 
She took her spot next to the other women captives, tucking her knees to her chest. She was tired from the day; closing her eyes, she would dream of a better time and pray she would not wake.
 

A Viking’s Rage © Copyright Heather_cooki.

 

  

CAPITOLO 3

Aiya non ricordava molto della battaglia, era successo tutto così velocemente. Si sentì alzare da terra, le sue mani erano legate dietro la schiena. Riusciva a sentire il villaggio in fiamme, i corpi sparsi dappertutto. L’odore rugginoso del sangue le penetrava il naso mentre fissava il cielo e lo vedeva rabbuiarsi.

“Sævargangr”, disse Dagr tra sè e sè, guardando il cielo. Lo fissò ancora per un momento, prima di abbassare lo sguardo verso di lei.

“Nafn?”, domandò. Quando lei non rispose, ripetè la domanda in inglese, “Nome?”, il suo accento era pesante.

“Aiya”.

“Hvem er gutten?”, indicò il punto in cui giaceva il corpo privo di vita di Noah; lei immaginò le stesse chiedendo chi fosse.

“Nessuno”.

“Sei spaventata?”, lui sogghignò.

“Poche cose mi spaventano ormai”, rispose lei con con tutta la forza che riuscì a mettere nella sua voce. Lui la guardò in modo strano, ma continuarono a camminare verso le navi.

 
In coperta la spinsero per terra, la violenza le fece perdere il fiato. Dagr le poggiò lo stivale nero punteggiato tra le scapole, la pressione era insostenibile. Prese un coltellino dalla cintura e lo portò alla gola di lei, “Bo hvor du er”. Lui si piegò e le bisbigliò qualcosa all’orecchio, prima di andare ad aiutare i suoi compagni con i loro tesori.

Lei non capì le sue parole ma sapeva che era meglio non contraddirlo.

Le lunghe navi cominciarono a salpare. Era una sensazione strana, aveva sempre voluto andar via, ma non così, non da sola.

Diede un’occhiata in giro sulla nave, non sembrava molto grande. C’erano più uomini di quanto sapesse contare, uomini giganteschi. Molti di loro indossavano robuste armature sopra alcuni tipi di pelli e pellicce animali. L’uomo chiamato Dagr portava della ossa sulla sua armatura nera, dei trofei immaginò lei, perché sembrava un guerriero spietato che aveva visto molte battaglie da cui traeva godimento. Portava i capelli neri in una lunga treccia lungo la schiena, mentre i lati della testa erano rasati e un drago tatuato delineava il profilo del suo teschio. I suoi lineamenti lo rendevano un bell’uomo, ma i suoi occhi lo tradivano.

L’uomo chiamato Ragda, invece, non era possente come il resto degli uomini, ma senza dubbio non era meno spietato. I suoi capelli biondi erano tagliati all’altezza delle spalle e, come per l’altro, erano rasati sui lati, anche se lui li teneva raccolti in una crocchia sulla nuca e non aveva tatuaggi. Una cicatrice gli partiva dal collo e arrivava quasi alla mandibola, come se qualcuno avesse provato a tagliargli la gola, e questo peggiorava la sua sgradevole figura.

“Vi kommer Hjem! Questa escursione è stata prospera, il Jarl sarà soddisfatto”, gridò Ragda al suo equipaggio. Mentre si avvicinava alle donne, alcune legate e imbavagliate, i suoi occhi incrociarono di nuovo Aiya. “Vænn”, disse guardando Dagr, “Nafn?”

“Aiya”.

Ragda strinse gli occhi verso di lei, la prese per un braccio e la trascinò sottocoperta. Lei sentiva le dita di lui infilzarle il braccio. La fece girare velocemente in modo che lo guardasse e non potesse scappare.

“Mi fai male”, gridò Aiya, spaventata dalla sua forza.

 
Fece scorrere un dito sulla guancia di lei. “ Sei molto bella”.

“Cosa c’entra questo? Lasciami!”, iniziò a lottare contro la sua presa, non voleva altro che allontanarsi da lui.

 
“Perché ti opponi? Se ti volessi, nessuno potrebbe fare niente per fermarmi”, la bocca si trasformò in un ghigno sfacciato, perché aveva notato il panico nei suoi occhi. Lei smise di lottare per fissarlo, voleva schiaffeggiarlo, ma lui le serrava le mani lungo il fianco.

“Mi piace il tuo spirito. Sfortunatamente, tu appartieni a Dagr”. I suoi occhi ridevano, ma lui era rimasto in silenzio.

Poi lui sorrise e si piegò verso di lei, che rimase ferma.

“Aiya Den Vænn”.

“Non capisco”.

“Aiya la Bella”, improvvisamente lui la lasciò e la mandò correndo su per le scale verso l’aria fresca.

Lei non aveva mai visto uomini come Ragda o Dagr prima d’ora e la loro spietatezza la spaventava e la intrigava allo stesso tempo.

Prese il suo posto accanto alle altre donne prigioniere, piegando le ginocchia al petto. Era stanca della giornata, chiuse gli occhi, avrebbe sognato un tempo migliore e pregato di non svegliarsi.
 

La rabbia di una vichinga © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

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