L’amore a Palazzo
Capitolo 1 – Jade

 

“Jade! Jade!”

“Sì, Madam!”

“Perché ci metti così tanto?! Sbrigati, pulisci il pavimento! Prepara delle lenzuola nuove per la camera da letto del Milord! Anche per la mia!”

“Sì, Madam”, sospiro mettendo da parte gli stracci che avevo tra le mani e con cui stavo lavando. A quanto pare avrei pulito più tardi il cortile e gli ingressi. Mi dirigo verso la camera da letto del Milord. Ho sempre odiato trovarmi lì, so che prova qualcosa nei miei confronti. Mi guarda sempre in modo inappropriato, fingendo spesso di urtare accidentalmente contro di me. Ma non posso dire nulla, o la gelosa Madam se la prenderebbe con me. Nonostante sappia che il Milord non è mai stato un marito fedele, sceglie di difendere lui e non me, l’umile serva. Perderebbe la faccia se sapesse che preferirebbe toccare me a dormire con lei. Da quello che ho sentito, sono passati più di sei mesi da quando l’ha convocata nella sua camera da letto.

Con attenzione, porto le lenzuola nuove nella stanza del Milord al secondo piano. Per fortuna non è lì, forse è uscito per compiere i suoi doveri di funzionario del governo.

Apro le finestre e inizia a penetrare la luce. Si diffonde l’aria fresca, il cattivo odore si dilegua. Guardo il profilo della montagna, lontano, e comincio a sentire la mancanza dei miei genitori. Saranno ancora vivi? Dovrei odiarli per avermi venduta, ma lo so, è per la nostra sopravvivenza. Sarei potuta morire se fossi rimasta con loro. Anche loro sarebbero morti, sarei solo stata un peso in più.

“Cosa stai facendo?”, di scatto vengo trascinata via dal mio sogno ad occhi aperti e quando mi giro, trovo una ragazzina con i capelli neri e gli occhi castani che sembra avere la mia stessa età. I suoi capelli sono per metà raccolti, decorati con nastri gialli, ci sono delicati fiori di magnolia e forcine di perle comodamente rannicchiati sul suo nido di capelli. Nelle mani tiene dei dolcetti che non ho mai assaggiato in vita mia e il cui nome non sono mai riuscita a ricordare. È l’unica figlia della famiglia, la famiglia Leanne, Lily Leanne.

“Pulisco, Milady”.

“Allora pulisci bene!” Butta il resto della torta sul pavimento prima di sformarla di proposito con il piede, distruggendo completamente quello che per chiunque altro sarebbe stato un sapore. Sorride compiaciuta mentre mi volta le spalle e sogghignando esce dalla camera del Milord. Ci sono abituata alla gente che in questa casa mi tratta con prepotenza. È già tanto che non si inventino nuovi modi per torturarmi.

Finisco di fare quello che Madam mi ha chiesto, poi passo al lavoro delle serve più anziane, infine… al mio.

“Jade!”, mi sento chiamare da una voce sottile dietro di me. Mi giro per trovare una ragazza dalla carnagione pallida con le lentiggini sul viso e gli occhi illuminati dalla gioia.

“Rowena”. Si alza lentamente la gonna, correndo verso di me con qualcosa tra le mani ruvide per via delle numerose faccende domestiche. Le mie non sono poi diverse. Ruvide, con la pelle screpolata e le macchie rosse. A volte, anche in inverno, dobbiamo lavare i vestiti fuori al freddo. L’acqua ghiacciata è un tormento, ma non possiamo evitarla.

“La ragazza della cucina mi ha dato questo! Dividiamolo!” Apre la mano e nel palmo ci sono due pezzi di dolcetto che mi ricordano che devo ancora cenare visto quanto è stata piena la giornata. Ne prendo volentieri uno, lo mordo, lasciando che la sua dolcezza esploda, spargendosi in ogni angolo della bocca.

“È davvero delizioso!”, dice lei sorridendo. Rispondo al sorriso, mentre sollevo il cesto dei vestiti sporchi e lo tengo stretto.

“Vestiti da lavare?”, mi chiede Rowena.

“Sì”.

“Ma il sole è tramontato!”

“Riesco ancora a vederci. Vado io per prima”. Esco dall’enorme casolare dalla porta posteriore. Percorrendo a passi lenti la strada per il fiume, sento alcune persone spettegolare che il Palazzo vuole assumere altre giovani serve visto che quelle più anziane sono state liberate. Mi chiedo sempre: quanto è grande il Palazzo? Come sarà la vita dei servitori? Questa casa è la più grande della provincia e non sono mai stata nella capitale. Come dicono da queste parti, sono solo una rana in un pozzo.

Appena finisco di lavare e di strizzare i vestiti, torno indietro di fretta perché ormai si è fatto buio. Li stendo nel cortile sul retro prima di correre verso la stanza da letto della servitù. Domani sarà un’altra giornata piena come questa.

“No! Vogliono che la nostra Lily diventi una serva del Palazzo? Mai! È la figlia di un funzionario del governo! Come può essere considerata alla stregua di quelle serve? È sicuramente superiore”, sento gridare Madam al Milord. Sospira, neanche lui sa cosa fare. Si rende conto che è solo un umile funzionario, niente in confronto a quei ministri e generali di cui spesso parla con i colleghi che invita a casa.

 
“Ma chi altri potrebbe andare? Vogliono che ogni casa ceda una candidata idonea a essere una serva del Palazzo. Lily è l’unica soluzione!”

 
“E vuoi mandare al vento l’imminente selezione delle concubine? Ho già educato Lily perché sia pronta! Chiedi a un’altra serva di essere la candidata. Chiunque ma non Lily!” Ansimo, la mia mano colpisce il muro, attirando l’attenzione dei due.

“Chi?”, grida Madam con la fronte corrugata e gli occhi aguzzi come quelli di un’aquila. Aumenta il passo verso di me e mi afferra la mano, mentre io la guardo spaventata.

“Jade”, ridacchia con un sorriso palesemente maligno sul volto. Si gira a guardare Milord.

“Metti il suo nome sul registro di famiglia, manderemo questa servetta come candidata.”

“No…”, un debole piagnucolio mi scappa dalle labbra, i miei occhi si spalancano mentre Madam mi sta fissando. In men che non si dica, un’ombra veloce come un fulmine mi colpisce la guancia. All’inizio sento solo torpore, poi comincia a bruciare e a fare male. Guardo in basso, spaventata. Impaurita. Faccio del mio meglio per trattenere le lacrime.

“Sei una serva in questa casa. Ti ho comprata, ora ascoltami e restituiscimi i favori che mi devi!” Madam mi spinge contro il pavimento, facendomi cadere. La mia vista si offusca quando le lacrime mi scorrono sulle guance, stavolta davvero. Non ho speranze adesso, non voglio essere una serva del Palazzo.

Lì dentro, dove le serve sono costrette a rimanere per sempre o a essere date in mogli ad un’età in cui una donna ha ormai perso tutta la sua bellezza e gloria, non c’è libertà. Per niente. Non puoi uscire dalle mura del Palazzo senza permesso. E non c’è nessun motivo da inventare per avere il permesso. Le serve e le guardie sono fondamentalmente uccelli in una gabbia di acciaio per cui è stata gettata la chiave. O bruci la gabbia o moriranno lì dentro.

 
In più, ho sentito che l’Imperatore dà ordini senza sosta a qualunque servo o cittadino comune nella sua sacra stanza da letto. Neanche l’Imperatrice può farci qualcosa. È l’Imperatore, il figlio del Cielo. Chi può contrastarlo?

“Jade”, Rowena afferra la mia mano vedendo che sta tremando. Aumenta la presa e mi stringe in un abbraccio. Tutte e due restiamo in silenzio, lei singhiozza piano cercando di nasconderlo.

“Non so perché è toccato a me”, le chiedo, mentre si allontana. Lo sappiamo tutti, ci sono alte possibilità che una serva venga convocata nella stanza da letto dell’Imperatore. Ancora più alte se non sei stata personalmente assegnata a servire i suoi figli e le sue mogli. Ma anche in questo caso, anche se sei la serva personale dell’Imperatrice, una volta che l’Imperatore ti ha messo gli occhi addosso devi servirlo senza discussioni. Questo viene spiegato alla popolazione ogni cinque anni quando le serve più anziane vengono liberate e a turno raccontano la vita che si nasconde dietro le mura del Palazzo. Molte di loro non sono più vergini o hanno perso ogni valore come donne. Spesso diventano le seconde mogli di un umile mercante, altre le mogli di un povero contadino. Alcune non ne escono vive.

Nessuno vuole fare questa fine. Neanche io.

“La cessione è tra due giorni”, dice. Lo so, Madam mi ha insegnato qualcosa, soprattutto ad essere obbediente e a perseverare. Ma non sono cose importanti. L’importante è sopravvivere senza farsi notare dall’Imperatore, oppure evitarlo.

 

Mi hanno vestita d’azzurro, con l’uniforme che i messaggeri avevano lasciato precedentemente ad ogni casa. È semplice, disegnata specificatamente per non rivelare la nostra bellezza e coprire il più possibile la nostra pelle. Al momento aspetto al cancello principale, accanto a Milord e a Madam che fingono di piangere per dimostrare alla gente quanto stravedono per me, per dimostrare al funzionario di Palazzo che poi mi porterà via che sono la figlia della famiglia Leanne, che è un atto eroico da parte loro aver ceduto una figlia come candidata serva.

Sento il trotto dei cavalli, il profilo di alcuni carri si delinea all’orizzonte. La mia vista si offusca di nuovo quando le lacrime cominciano a salirmi agli occhi.

“Non piangere, piccola serva maledetta!”, Madam mi pizzica forte il braccio. Sussulto per il dolore, trattenendomi dall’urlare. La carrozza porta molte giovani ragazze. Alcune sembrano apparentemente felici perché non sanno cosa le aspetta mentre altre sono malinconiche.

“Va’, Jade cara. Non dimenticarti di noi”. Madam mi spinge verso la carrozza. Lo sguardo nei suoi occhi mostra chiaramente che intende qualcos’altro. Vuole che le restituisca il favore semmai diventassi la concubina dell’Imperatore. È possibile se hai ottenuto i suoi favori.

Salgo sulla carrozza e mi metto nell’angolo. Non appena inizia a muoversi e a traballare, è il momento di comprendere che devo smetterla di temere il mio fato e che devo accettarlo, sopravvivendo alla vita del Palazzo.

Il traballare della carrozza fa venire la nausea a un bel po’ delle ragazze, e dopo quasi mezza giornata senza soste, la capitale appare all’orizzonte. Mentre ci avviciniamo, le ventotto paia di occhi delle candidate serve si spalancano dallo stupore. Siamo tutte sbalordite dalla grandezza della capitale, infinita, assolutamente infinita. La mia città natale non è niente a confronto. Forse è solo un granello di polvere in una giara di riso.

La carrozza continua ad andare avanti e supera la porta della città. La gente è agitata nella zona del mercato, i venditori si muovono dappertutto, sbandierando prodotti a potenziali clienti con i loro vocioni, i facchini spingono carretti e scaricano beni. Ogni cosa è semplicemente affascinante.

 
Ma noto che per la strada ci stanno fissando tutti, come se fossimo degli strani esseri viventi, strane creature in mostra. Mi guardo intorno, tutte sembrano serie, molto deluse che il Palazzo si avvicini. Lancio uno sguardo furtivo dall’apertura frontale dove sta il cocchiere, ma, oltre a lui e ai cavalli, vedo solo mattoni.

 
“Scendete! Siamo arrivati!”, ci ordina una rauca voce femminile fuori dalla carrozza. Probabilmente è vecchia, sulla sessantina a giudicare dalla voce. Tutti scendiamo e pare che ci siano altri due carri dietro, entrambi pieni di candidate serve. Appena mi giro, le mani mi coprono involontariamente la bocca, gli occhi si spalancano dallo stupore. Le mura del Palazzo. Così alte, spesse, infinite all’orizzonte. È assolutamente impossibile scappare visto il numero di guardie ad ogni uscita.

In questo momento, da questo momento in poi la mia vita è segnata. Posso già predire il futuro: resterò qui per sempre. Oggi segna la fine delle speranze che ho serbato per questi quindici anni. Le speranze per cui io, Jade Yeva o Jade Leanna nei documenti del governo, un giorno mi sarei liberata dalla mia vita da serva.

 

L’amore a Palazzo © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

 

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