Hide & Seek
Capitolo 6 – L’incubo

 

Gli ultimi quattro giorni erano stati abbastanza normali e io cominciavo a sentirmi più tranquilla nella nostra nuova casa. In più mi resi conto che gli Harmon non stavano nei paraggi poi così tanto. Il signor Harmon restava nella sua stanza o in ufficio, mentre la signora trascorreva la maggior parte del tempo in giardino o in camera sua a sbellicarsi dalle risate davanti a qualche talk show.

Ultimamente iniziavo a sentirmi sola, potete biasimarmi? Non andavo ancora a scuola, non c’era nessuno che abitasse qui vicino o con cui potevo passare il tempo. Non potevo nemmeno giocare a nascondino! Anche Caleb mi evitava, passava la maggior parte del tempo tra i giocattoli e il monopattino, che scoprì essere elettrico. Ogni volta che vedeva il signor Harmon, si entusiasmava e lo seguiva dappertutto. Al signor Harmon non sembrava dispiacere perché di solito prendeva Caleb per mano e restavano a camminare e parlare.

Annoiata a morte, decisi di andare in giardino. La signora Harmon stava annaffiando le piante. Sembrava esausta. Mi avvicinai e le chiesi se avesse bisogno di aiuto.

“Beh, grazie”, rispose, alzandosi e asciugandosi la fronte. “Questa è l’ultima. Perbacco, anche se amo i fiori, a volte mi pento di averne comprato e piantato così tanti”.

Sorrisi. “Sì, sembra abbastanza stancante”.

Posò l’annaffiatoio per terra e si tolse lo sporco dalle mani con lo straccio che teneva sulla spalla.

“Vorrei che il signor Harmon assumesse qualcuno per farlo, ma ha paura che la gente gli rubi in casa. A volte è capitato”, disse.

D’accordo. Nella mia mente pensai: ma loro hanno qualcuno, no? Dovevo chiederglielo perché avevo già incontrato la giardiniera, Rose. Lei era qui, innaffiava le piante e parlava con me. Anche Caleb l’aveva vista.

“Pensavo che aveste già una giardiniera”, dissi, accorgendomi che la voce mi tremava mentre parlavo. “Voglio dire, io e Caleb l’abbiamo incontrata. Era proprio qui ad annaffiare le piante come te. Ha detto che si chiamava Rosemary”.

La signora Harmon mi guardò dubbiosa, non sapeva se credermi o no. Aprì la bocca per parlare poi la chiuse e annuì. “Rosemary, eh? Era la nostra vecchia giardiniera. Lo fa di tanto in tanto. Penso sia arrivato il momento di un ordine restrittivo”, disse ridendo.

Risi anch’io. “Wow”, mi sentivo meglio adesso.

“Se arriva un estraneo, vieni dentro il prima possibile”, disse con tono serio. “Non parlargli. Spesso passano delle persone qui e non so se siano tutte amichevoli o no. Ci sono delle cose di valore in questa casa, perciò se vedessi qualcuno qui intorno, vieni dentro a dircelo. Capito, nocciolina?”

Anche mia madre mi chiamava così. Il mio piccolo sorriso fu rimpiazzato da un accigliamento. Mi sfregai un po’ i capelli e annuii.

“Stai bene?”, mi chiese, mettendomi una mano sulla spalla.

“Penso di sì”, risposi. “Mi chiedevo se inizieremo la scuola a settembre. Mi sento un po’ sola e vorrei degli amici”.

“Certo che inizierete la scuola. Il signor Harmon ha già assunto alcuni insegnanti per te e Caleb. Sarete istruiti a casa”, rispose.

Ehm. Ci pensai: io non volevo fare scuola a casa.

“Ma…e gli amici?”, domandai.

“Beh, nessuno vive abbastanza vicino. E poi gli amici non ti aiuteranno ad avere successo nella vita, una buona educazione invece sì”, rispose, guardando la casa. Poi rivolse lo sguardo verso di me.

I miei occhi si sgranarono. Mi turbò più di quanto dovesse, era un mucchio di stupidaggini. Purtroppo, prima ancora di poter parlare, lei era già diretta a casa.

“Adesso devo pensare alla cena, tesoro”, gridò prima di entrare.

***

Mi svegliai nel bel mezzo della notte. Ero seduta su una sedia di fronte alla finestra. L’esterno mi sembrava più vicino. La luna era un’enorme palla di perfezione bianca. La luce che irradiava faceva brillare il giardino. Era davvero bello.

Improvvisamente, vidi un uomo uscire in giardino. Trascinava una donna per i capelli. Le sue urla erano terribilmente forti. Lei tentava di svincolarsi, cercando di togliersi di dosso le sue mani. Lui la gettò per terra e cominciò a colpirla al viso con una roccia che aveva preso da terra. Gridava parole orribili, ma riuscivo a sentire solo le urla di lei. Urlava e urlava mentre lui la picchiava a morte.

Poi smise.

O almeno pensavo che avesse smesso. L’uomo adesso guardava verso la finestra dove ero seduta io. I miei occhi si sgranarono e il cuore cominciò a battermi forte. Stava in piedi e stringeva i pugni. È lì che vidi il suo volto: era il signor Harmon. Il suo viso arrabbiato fissava il mio viso terrificato attraverso la finestra.

“Perché non vuoi essere una di noi?”, gridò. Cominciò a urlare parole orribili e corse via verso la casa, finché scomparì dalla mia vista.

Non riuscivo ad alzarmi, potevo solo guardare fuori dalla finestra. Il mio corpo restava seduto lì, completamente paralizzato. Gridai in cerca d’aiuto, ma per qualche motivo la mia voce era attutita e poco nitida. Da qualche parte dietro di me, sentivo avvicinarsi dei passi, sentivo la presenza di qualcuno. Venne davanti a me. Non era il signor Harmon. Era una ragazza. Stava lì in piedi, muovendo le labbra per dire cose che non riuscivo a decifrare.

Non so spiegare quanto fossi spaventata. C’era un tempo in cui non avrei mai immaginato che mi sarebbe accaduta una cosa del genere. Potevo solo dire che era una ragazza, ne ero certa, ma aspettate. I capelli le erano stati strappati qua e là, in alcune parti erano lunghi e corti, in altre era pelata. Sul viso aveva dei tagli profondi da cui gocciolava il sangue sul pavimento. Il corpo non riuscivo a vederlo per via del buio nella stanza.

In quel momento, sentii il corpo liberarsi dalla paralisi. La ragazza continuava ad agitare le labbra. Appena mi resi conto di potermi muovere, mi alzai dalla sedia e corsi via dalla mia stanza verso il corridoio. Andai a sbattere contro una figura della mia statura. Mi guardai indietro e vidi la ragazza che camminava lentamente verso di me.

“Emily!”

Qualcuno gridò il mio nome dal piano di sotto. Era il signor Harmon. Adesso avevo a che fare con una ragazza, una strana figura e un signor Harmon arrabbiato e impazzito. Chiusi gli occhi, cos’altro potevo fare?

Mi svegliai nel mio letto guardandomi intorno come una pazza. Il sole era appena sorto e tutto era normale in camera mia. C’era del sudore sulla mia fronte e sentivo il cuore pesante. Mi ripetei che era stato solo un sogno, ma sembrava così reale. Fin troppo reale. Ad ogni modo, ero sollevata che fosse stato solo un sogno. Provai a togliermelo di mente, ma il mio orrore diventò presto reale.

Nella mia stanza, di fronte alla finestra, c’era una sedia. Mentre mi muovevo piano piano verso la sedia, vidi svanire le impronte sul pavimento. Non erano solo le impronte a sparire. Anche il sangue veniva risucchiato dal pavimento.

E come se niente fosse, le impronte e il sangue scomparvero completamente, senza lasciare alcun segno del loro passaggio.

 

Hide & Seek © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

 

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