“Ehi, aspetta!”, gridò Jasper, correndomi dietro. Eravamo quasi a dieci metri dalla casa quando mi fermò.

“Ehi!”, esclamai, togliendo la sua mano dalla mia spalla.

“Non capisci”, disse.

“Cosa c’è esattamente da capire?”, domandai, incrociando le braccia.

Jasper distolse lo sguardo da me per un secondo, poi mi guardò e si accigliò: “Lei sta solo cercando di aiutarti”.

Lo guardai prima di ridere. Lui mi fissava come se fossi pazza, ma continuai a ridere. “Aiutarmi a fare cosa? A “padroneggiare” il nascondino? È davvero una cosa seria per voi, ragazzi? È solo-un-gioco”, risposi.

“No, Emily, è molto più che un gioco”, disse, facendo qualche passo indietro. Poi corse via verso casa e io lo guardai andarsene.

Di cosa stava parlando?

***

Posi la mano sul pomello della porta e stavo quasi per girarlo quando qualcosa mi fermò. Sentii il signore e la signora Harmon litigare.

“Non voglio farlo più, non posso farlo più!”, gridava la signora Harmon. “Pensavo che sarebbe stato un nuovo inizio!”

“Tesoro, siamo stati a questo punto molte volte. Non devo spiegartelo. Ora, se mi dici un’altra parola, la scatola va via e tu puoi dire addio a questa vita di lussi… addio”, urlò il signor Harmon.

Il litigio era finito, aspettai tre minuti prima di entrare a casa. Il signor Harmon era in piedi proprio di fronte alla porta.

“Bene, bene”, disse.

Ero senza parole. Il mio cuore si fermò. Avevo paura.

“Oh, non allarmarti, dimmi…”, domandò il signor Harmon, camminando fuori con me e richiudendo la porta “dove sei stata oggi?”

“Ho solo fatto una passeggiata. Ho preso un po’ d’aria, capisce?”, domandai.

Non se l’era bevuta. Si piegò verso di me finché non fummo l’uno a un soffio dall’altro. Sentivo il suo alito che sapeva di fagioli di qualche tipo. “Lascia di nuovo questa casa e ci saranno delle conseguenze”. Poi aprì la porta d’ingresso per farmi entrare.

***

Salii nella mia stanza per parlare con Abby su Skype. Le dissi tutto: delle stranezze che mi erano successe quel giorno, degli Harmon, di Caleb, tutto.

“Wow, Emily. Sembra dura. Mi dispiace che tu debba passare tutto questo,” disse Abby su Skype, “qualcosa sugli Harmon non mi torna”.

Annuii, “Neanche a me”.

Emily!?” , gridò la signora Harmon dal piano di sotto. “A cena!”

“Devo andare a mangiare, Abby. Parliamo dopo”.

Abby sospirò. “Okay, a più tardi. Stai attenta”, sorrise.

Terminai la chiamata, chiusi il computer e mi diressi giù per la cena. La signora Harmon teneva un bloc-notes in mano e mi sorrideva.

“Ehi. Pensavo che la cena fosse alle sette, ora sono le 6.28”, dissi.

Rispose al sorriso, i suoi occhi erano spalancati mentre teneva il bloc-notes.

“Oh, beh, ho pensato di cucinare la cena prima”, disse aprendo la prima pagina del quaderno. C’erano delle lettere enormi sopra.

Scappa
adesso
e non tornare
mai più!

Poi, quando il signor Harmon scese le scale, chiuse il quaderno.

“Spero ti vada bene”, continuò prima di dirigersi in cucina.

Il signor Harmon era sceso mentre si sistemava la cravatta. “Ehilà Emily, di cosa parlavate tu e la mia splendida mogliettina?”

“Oh, ah. Sì, mi stava chiedendo se mi sono piaciuti i tacos piccanti”, balbettai.

Lui mi studiò per un attimo.

“Ehi, ha visto Caleb?”, domandai.

Piegò la testa verso l’alto. “Di sopra”, disse con una voce monotona.

“Grazie”, dissi lentamente dirigendomi verso le scale.

Quando arrivai di sopra e nella stanza di Caleb, lo vidi per terra a giocare con una macchinina. Indossava una giacchetta blu e dei pantaloni da tuta, il che era strano, faceva davvero caldo dentro.

“Ehi Caleb”, dissi, correndo verso di lui. Poi mi accovacciai accanto a lui. “So che non vuoi parlarmi ma dobbiamo andarcene”.

Scosse la testa.

Lo afferrai. “Forza, Caleb”.

“No”, urlò.

Lo presi in braccio, ma lui lottò contro di me “Perché?”

“Non posso andarmene!”, mugolò.

Mi cadde dalla mani, e fu allora che notai una macchia sulla parte posteriore della giacchetta. Aumentava sempre di più come se su di lui venisse versata dell’acqua. Gli levai di dosso la giacca, e una volta tolta, vidi dei tagli profondi e delle frustate sulla sua schiena. Portai le mani alla bocca per trattenere un urlo.

“Caleb”, bisbigliai. Lo feci girare, anche dall’altra parte era terribile: il petto era pieno di coltellate. Mi chiedevo come potesse essere ancora vivo.

Senza litigare, lo presi e lo portai giù. Lui continuava a ripetere che non poteva andarsene, ma gli dicevo che ci avrei pensato io a tenerlo al sicuro.

Il signor Harmon non si vedeva, così andai dritta verso la porta. Per fortuna, uscii senza che nessuno ci vedesse e corsi verso l’unica persona che mi venne in mente: Violet.

Tenevo ancora stretto Caleb tra le mie braccia, ma purtroppo, neanche a sei metri dal giardino, Caleb mi guardò e disse “Non posso andare via”, poi scomparve. Così dal nulla, era sparito proprio davanti ai miei occhi.

Mi guardai intorno. Il cuore cominciò a battermi forte e seniti le lacrime scorrermi lungo il viso. Gridai il nome di Caleb.

Guardai indietro verso la magione. Caleb e la signora Harmon erano davanti all’ingresso. Tornai di corsa da loro.

Quando arrivai, la signora Harmon mi abbracciò. “Emily”, cominciò a piangere. “Pensavo che sarebbe cambiato, pensavo che avremmo avuto di nuovo dei figli. Mi…dispiace tanto. Devi andartene o ti ucciderà!”, disse, guardandosi alle spalle.

“Non vado via senza Caleb”, le gridai, allungando le braccia verso di lui.

Mi spinse all’indietro tanto da farmi cadere per terra.

“Mi dispiace. Caleb è… morto”, disse prima di sbattere la porta.

Corsi verso la porta e cominciai a colpirla e a darle calci mentre gridavo il nome di Caleb. Intorno a me continuavo a sentire dei bisbigli che continuavano a ripetere, “Non può andarsene. Non può andarsene. Non può andarsene”.

Poi sentii un vetro frantumarsi dietro di me. Mi voltai e il mio cuore mi sembrò fermarsi mentre due di loro fissavano proprio me.

 

Hide & Seek © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

    

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