Il signor Harmon mi fissava mentre io balzavo in piedi. Iniziai a spingerlo verso la porta della magione gridando: “Via, via, sta arrivando!” Lui mi fermò e mi fece voltare, così vidi che il giardino adesso era vuoto.

“Non c’è nessuno qui fuori, Emily”, disse.

Se ne era andata.

Mi lasciò andare e mise le mani sui fianchi. “Accidenti, forse non è stata una buona idea”, disse, mentre chiudeva la porta d’ingresso. “Facciamo così, aiutami a portare fuori la spazzatura, poi potrai tornare dentro”.

Si fece da parte, lasciando intravedere un sacco nero. Dietro era molto gonfio. Aveva un odore disgustoso che mi fece rivoltare lo stomaco. Lui doveva essersi accorto che avevo cambiato espressione.

“La signora Harmon odia portare fuori la spazzatura e io non ho avuto tempo fino ad oggi”, spiegò.

Lo aiutai a sollevarlo e portarlo sul retro della casa. Lo gettammo nel cassonetto.

“Grazie”, disse. “Adesso chiudiamo e andiamo”.

Mi tappai il naso e misi la mano libera sul coperchio del cassonetto. Mentre lo chiudevo, il sacco si muoveva. Lo ignorai, c’erano state già troppe cose strane per oggi. E poi, probabilmente era solo un topo o qualcosa del genere…

***

Il giorno dopo fu normale con un pizzico di noia. Caleb si comportava in modo strano quella mattina. Continuava a fissarmi e ogni volta che gli domandavo se stesse bene, non mi rispondeva. Quando il signor Harmon entrava nella stanza dove eravamo noi, Caleb se ne andava.

“Cos’ha tuo fratello?, mi domandò il signor Harmon.

Alzai le spalle. “Non lo so, non parla nemmeno con me”.

***

Dopo aver visto che il signore e la signora Harmon erano impegnati, decisi di andare a casa di Violet.

Quando arrivai, Violet era seduta sulla sedia rotta con la testa bassa.

“Ehilà?”, chiesi, accellerando il passo. “Stai bene?”

Alzò lo sguardo verso di me e sorrise. “Oh, sì, certo. Come va?”

Mi sedetti sul pavimento traballante accanto a lei. “Niente, sono solo felice di essere andata via da lì”, risposi.

Ridacchiò. “Fa’ come se fossi a casa tua”.

“Dove sono gli altri?”, domandai.

“Beh, gli ho detto di non venire oggi”, rispose.

Mi alzai. “Oh, dovrei…”

“No”, disse Violet, interrompendo la mia frase. “Ho solo pensato che amiamo entrambe nascondino, quindi dovremmo scoprire chi è la migliore tra noi due”.

“La migliore?”, ripetei dopo di lei.

“Voglio dire, con gli altri è troppo facile. Voglio vedere quanto sei brava”, rispose.

Risi e sogghignai. “Beh, io sono una vera professionista”.

Alzò un sopracciglio poi balzò in piedi. Andò verso la porta per aprirla. Passai accanto a lei ed entrai. Sembrava proprio una casa abbandonata: strisce nere e grigie rigavano le pareti su cui cresceva la muffa quando si infiltrava l’umidità della notte. Delle chiazze di vernice scrostata lasciavano sul pavimento righe di polvere e corpi di creature sfortunate. I vecchi mobili di legno inutilizzati erano logori e coperti di macchie di licheni, mentre le tende pendevano flosce e tarmate. Puzzava di legno bagnato e aria umida mista a muffa. Non era per niente piacevole, né accogliente.

“Non è il massimo”, mi disse, “ma è pur sempre casa”.

Quando disse queste parole, vidi una tristezza nei suoi occhi che non riuscivo a comprendere appieno. Voglio dire, perché questa quattordicenne viveva qui? Dov’erano i suoi genitori? Mi chiedevo se sapesse anche che questa era la vecchia casa del signor Harmon.

“È anche perfetta per nascondino. Allora, cominciamo?”, domandò, venendo verso di me. “Ci sono due piani. Il primo equivale al primo livello. Quando supererai il primo livello, potrai nasconderti al secondo piano. Conto io, quindi va’ a nasconderti, conterò fino a venti”.

Dopo aver parlato, andò verso la porta, si voltò e iniziò a contare. Mi guardai intorno. Non c’era molto spazio nel soggiorno della casa. Corsi nell’altra stanza, la cucina. Era piena di tavoli rotti, sedie, cartacce, ossa, c’era poi un enorme bidone della spazzatura e alcuni vecchi sacchi sul pavimento. Era arrivata a dieci, quindi afferrai i sacchi e me li misi sulla testa, mentre entravo silenziosamente nel grande bidone. Mi sistemai finché non fui in una posizione comoda.

“Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è”, gridò.

Rimasi seduta in silenzio, completamente ferma. Riuscivo a sentire il cuore che mi batteva. Violet correva lì intorno e frugava tra le cose.

“Oh, sei brava”, urlò. “E veloce!”

Risi. Il mio sorriso svanì velocemente quando sentii qualcosa alle mie spalle. Sembravano cinque dita che mi correvano lungo la schiena. Balzai fuori dal bidone, ruzzolando insieme ad esso.

Violet entrò nella stanza. “Ah ha!”, esclamò.

Guardai dietro di me, ma non c’era niente. Violet mi aiutò a rialzarmi. “C’era qualcosa che mi toccava!”, gridai guardandola, gli occhi mi esplodevano e il cuore batteva all’impazzata.

“Probabilmente uno scarafaggio o roba del genere. Ci sono molte creature qui intorno”, disse. Poi Violet sorrise e mi toccò la spalla. “Adesso tocca a te contare”.

Mentre tornavo nel soggiorno e verso la porta, mi chiamò. “Buona fortuna”, disse.

Contai appena fino a cinque prima di sentire i suoi passi fermarsi. Quando arrivai a venti, iniziai a cercarla. Non era nel soggiorno né in cucina, ritornai in soggiorno e poi in un’altra stanza. Non sapevo che stanza fosse ma c’erano molte sedie e tende. Era per lo più come il resto della casa, completamente logora. Andai verso le sedie e vidi un lenzuolo che aveva la forma di una persona seduta. Mostrai la mia delusione e scossi la testa.

“Pensavo fossi più brava, Violet”, dissi ridendo. Allungai la mano sul lenzuolo e lo sollevai.

Per poco non mi mettevo a urlare. Sotto il lenzuolo non c’era… nulla.

 

Hide & Seek © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

  

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