Solving My Murder – Cercando il mio assassino
Capitolo 4 – Testo a fronte

CHAPTER 4

The graveyard wasn’t the nicest place to take Hollie, it was evident on her face. But at night, the dead came to life, and it’s an experience she will never forget. “Don’t be scared, right?” I held her hand for comfort as she anxiously nodded. “She’s with me, you can all come out now!” I announced to everyone, their instinct is to hide when they see a living human. After a few seconds, they all floated from their gravestones and presented themselves, Hollie stepped back, mouth ajar in disbelief.
“This is Hollie; she’s helping me leave the in-between.”
 

“Face it kid you ain’t getting outta’ here!” Johnathon Jenkins shouted, sat next to his gravestone tugging at the grass. I gently pulled Hollie’s arm gesturing her to walk with me.

“That’s Old Man Jenkins, died when he was fifty-two when his house got robbed, they beat him to death and the killers all still run free. He’s been here twenty years now,” I quietly explained.
 

“Oh my, that’s terrible!” she gasped, looking back at him sympathetically. We continued walking, there was something specific in this graveyard that I wanted her to see.

“Well, there I am,” and there we were, stood before my gravestone, stood before my body. She was in a trance for a second, the reality of it all struggled to settle with her, I was next to her but under her feet at the same time.

“Here lies Jack Harper, born 11th January 1970 died 16th May 1986, beloved son and friend… I don’t even know what to say, are you okay?” she looked up at me, tears threatening her eyes.

“Beloved son- ha,” I said with a bitter laugh.

“What do you mean?”

“What kind of parents let the police give up so soon, yes there was hardly any evidence but you don’t just give up. And then to sell the house, practically washing their hands of me.”

“You don’t know that, they were in mourning you can’t just presume that was the case,” I looked down to see her squeeze my hand tighter, not that I could feel it- I had forgotten that they were still interlocked. Silence then enveloped us, comfortable silence, as she glanced around becoming as lost in this world as I was.

 
“You know, for what it’s worth, I wish you were still alive. You didn’t deserve to die when you did.” A smile dominated my face, that was the first time I felt anyone wish for me to still be alive. “I’ll go on that date, I’ll get as much information as I can. I want you to leave here, to be free,” she softly declared. I looked at her as she remained looking at the ground, I admired her and her kind heart. In that moment, I had no idea what I wanted, only that I wanted something, which is the worst kind of wanting.

 
 
 
 
 
 
 

Solving My Murder © Copyright Kelsey Cromwell.

 

CAPITOLO 4

Il cimitero non era uno dei posti migliori in cui portare Hollie, era evidente dalla sua espressione. Ma di notte i morti prendono vita ed è un’esperienza che non avrebbe mai dimenticato. “Non spaventarti, okay?” Le strinsi la mano per rassicurarla mentre annuiva nervosamente. “Lei è con me, adesso potete uscire!”, gridai, visto che il loro istinto era quello di nascondersi quando vedevano un essere umano. Dopo qualche secondo, cominciarono a fluttuare dalle loro lapidi e a presentarsi. Hollie arretrò, la bocca semiaperta dall’incredulità.
“Lei è Hollie, mi sta aiutando a lasciare lo stadio intermedio”.

“Accettalo, ragazzo, tu non ne uscirai!”, urlò Johnathon Jenkins, seduto accanto alla sua lapide mentre strappava via le erbacce. Tirai delicatamente il braccio di Hollie, facendole segno di venire con me.

“Quello è il vecchio Jenkins, è morto a cinquantadue anni quando hanno rubato a casa sua. Lo hanno picchiato a morte e i suoi assassini sono ancora a piede libero. Ormai sono passati venticinque anni”, spiegai a voce bassa.

“Oddio, ma è terribile”, sussultò, voltandosi a guardarlo con compassione. Continuammo a camminare, c’era una cosa nel cimitero che volevo farle vedere.

“Beh, eccomi” ed eccoci, in piedi davanti alla mia lapide, in piedi davanti al mio corpo. Rimase stordita per un secondo, la realtà faceva fatica ad avere senso, ero accanto a lei e sotto i suoi piedi allo stesso tempo.

 
“Qui giace Jack Harper, 11 gennaio 1970-16 maggio 1986, figlio e amico amato. Non so neanche cosa dire, tu stai bene?”, alzò lo sguardo verso di me, le lacrime si stavano impadronendo dei suoi occhi.

“Figlio amato, ah”, dissi con una risata amara.

“Che intendi?”

“Che razza di genitori lasciano che la polizia si arrenda così presto? È vero, c’erano a mala pena delle prove ma non ti arrendi e basta, e non vendi la casa, lavandotene praticamente le mani”.

“Non puoi saperlo, erano in lutto, non puoi semplicemente presumere che sia stato così”, guardai verso il basso e la vidi stringermi la mano più forte, non che riuscissi a sentirlo, ma avevo dimenticato che le nostre mani fossero ancora unite. Poi fummo avvolti dal silenzio, un silenzio confortevole, mentre lei si guardava intorno e si perdeva in questo mondo, proprio come me.

“Sai, per quanto possa valere, vorrei che tu fossi ancora vivo. Non ti meritavi di morire”. Un sorriso illuminò il mio viso, era la prima volta che qualcuno desiderava che fossi ancora vivo. “Andrò all’appuntamento, prenderò più informazioni che posso. Voglio aiutarti a lasciare questo posto e ad essere libero”, disse dolcemente. La guardai mentre continuava a fissare il terreno, ammirai lei e il suo cuore gentile. In quel momento, non avevo idea di cosa volessi, sapevo solo che volevo qualcosa, e questo è il tipo di voglia peggiore che si possa avere.

 
 
 
 
 

Cercando il mio assassino © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

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