Dovevo prendere in mano la situazione, ma fisicamente non potevo. Avrei rischiato di farmi vedere e di non lasciare mai questo mondo. A meno che… “Hollie, devi fidarti di me”. Guardai dritto nella sua anima, con un’aria impassibile, e lei ricambiò piena di paura. Mi rispose titubante: “Certo”. Pensai che fosse meglio non comunicarle le mie intenzioni e agire direttamente, in più conoscendola, Hollie avrebbe domandato perché non lo avessi fatto fin dall’inizio. Un po’ di tempo fa, il buon vecchio Jenkins mi aveva detto che spesso trascorreva il suo tempo infinito a reincarnarsi nella gente. Dovevo solo usare il corpo di Hollie, visto che non potevo usare il mio.

“Rimani alla finestra e chiudi gli occhi, Hol”. Fortunatamente era calma. Io, proprio dietro di lei, seguii le istruzioni di Jenkins, chiusi gli occhi e cominciai a correre.

Avevo del sudore raccolto sulla fronte, faceva sorprendentemente caldo per una notte d’ottobre. Caldo? Avevo caldo? Mi guardai le mani, le unghie rosa ben curate – aveva funzionato! Ora avevo un paio di cose di cui occuparmi.

Mi lanciai a casa di Lewis, ad ogni passo le parole si mescolavano freneticamente nella mia testa. C’erano molte cose che volevo dirgli, ma adesso ero Hollie, dovevo ricordarmene. Nei cinque minuti in cui ero rimasto fuori dalla sua porta dovevo aver resistito a un attacco di panico. Era una strana sensazione quella di essere vivi. Ero sopraffatto dai ricordi di questa città, di me e Lewis che andavamo in bici proprio per questa strada, ricordi che la mia morte non poteva cancellare. Bussai in maniera confusa, un’ombra apparve dal vetro della porta: “Ciao di nuovo! Non eri qui fino a mezz’ora fa?” Ah, Karen, la mia seconda madre, come mi mancava.

“Hollie”, dissi forse con troppa energia. “Io… sono Hollie”. Karen mi fece entrare e mi disse che Lewis era di sopra nella sua stanza ed è lì che mi diressi. Appena entrai e lo vidi, lo stesso Lewis Fisher di una volta, tutto quello che volevo dirgli svanì.

“Di nuovo qui”, sogghignò.

“Sì, chi lo avrebbe mai immaginato?”, dovevo ricordarmi che non ero Jack adesso, e, per quanto volessi godermi questo momento con il mio migliore amico, dovevo concentrarmi sul piano.

“Ti sono mancato per caso?”

“L’hai ucciso tu”. La tensione avvolse l’aria, lui si alzò dal letto.

“No… non essere ridicola, era il mio migliore…”

“L’hai accoltellato nel vicolo con quel coltello!”, indicai la mensola più alta della libreria. Il suo volto impallidì mentre si avvicinava a me.

“Hollie, tu non capisci”.

“Allora aiutami a capire prima che porti quel coltello alla poli…”

“No!”, urlò, afferrandomi per le spalle. “No… Oh Dio, non ce la faccio più”. Il suo respiro aumentò, il sudore sul suo volto era ridicolosamente visibile adesso. “So chi è stato”. Si sedette sul letto e mi fece segno di sedermi accanto a lui. Dio mio, era stravolto. “Era il coltello di suo padre,” – lo sapevo, lo avevo riconosciuto! – “Me lo ha detto lei la sera della festa…”

16 MAGGIO 1986

LEWIS

Il suo mascara assomiglia a delle gambe di ragno che le sporgono dagli occhi, come ha fatto a conciarsi così? Perché era da sola nella stanza di suo padre durante la festa? Improvvisamente urlò contro di me: “Visto che è un traditore, è proprio così che lo farò sentire!” Di cosa stava parlando? La guardai sbalordito. “Aveva intenzione di finirla! Te l’ho sentito dire, sarò io a finirlo!”, diceva su tutte le furie, mentre teneva in mano il machete del padre. Ma certo che no, lei non lo avrebbe fatto, dovevo trovare Jack. Correvo da ogni parte della casa, ma non riuscivo a trovarlo, mentre continuavo a ripetere il suo nome. “Amico, è andato via quindici minuti fa, smettila di urlare, stai rovinando la canzone!” No, non poteva essere già andato via. “Ed Emma?”, domandai a quello sconosciuto così sfacciato.

“Lo ha accompagnato a casa, non lo avrebbe lasciato da solo, ma era ubriaca anche lei”. Uscii subito dalla porta principale, dovevo raggiungerli. Corsi senza sosta verso casa sua, ma per tutto il tragitto non c’era traccia di lui, finché il mio corpo sprofondò contro il muro. “Bastardo!” È Emma! Dov’è? Corro di nuovo, lei continua a gridare, spero non faccia niente di stupido. “Tu non vuoi farlo, Em…” È Jack! Sono nel vicolo, mi avvicino e… eccolo lì. Merda! Emma è ferma in piedi, sembra posseduta, trema e stringe ancora il coltello impregnato di sangue. Il tempo sembra essersi fermato, come se fossi risucchiato da un vortice. “Che cosa ho fatto?”, singhiozza mentre il coltello cade sul pavimento. Si avvicina a me ed io non riesco a muovermi, tutto sembra congelato e impossibile. “Aiutami”, mi bisbiglia contro il petto dopo essere sprofondati in un abbraccio.

 

Cercando il mio assassino © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

  

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