Passò una settimana e per quanto non volessi dar adito all’ipotesi di Hollie, avevo ancora bisogno del suo aiuto per risolvere il caso. Perciò, ovviamente, tornai indietro strisciando, di nuovo su per il canale di scarico. Aspettai che fosse notte, il momento più probabile per trovarla seduta in camera sua. E se non avesse più voluto aiutarmi? In fondo, lei non ci guadagnava nulla.

Era lì sdraiata sul letto. Bussai e lei si voltò con un sorriso compassionevole, come se si aspettasse il mio arrivo. Ad ogni modo, mi fece entrare.

“Voglio vedere quel vicolo”. Pensai che un passaggio obbligato per chiudere definitivamente fosse vedere il luogo in cui tutto era accaduto, cercare di immaginarlo.

“Certo, fammi mettere le scarpe, dirò ai miei genitori che vado a casa di un’amica. Andiamo!” Balzò fuori dal letto, stranamente desiderosa di andare, cominciavo a chiedermi se questo mistero non la stesse divertendo.

Le strade erano per lo più vuote, l’unico rumore proveniva dai pub, dove dei vecchi in preda all’“ultimo giro” parlavano, nella loro confusione ubriaca, con un volume più alto di quanto fosse necessario.

“Sai”, iniziò Hollie, “ho pensato tutta la settimana al tuo assassinio. Sono felice che tu sia tornato perché devo per forza sapere ormai, dobbiamo risolvere il caso”. Le sorrisi e pensai che forse era destino che lei si trasferisse, non riuscivo a immaginare qualcuno più entusiasta di lei. “Perché non mi hai detto che Emma era la tua ragazza?” In realtà non sapevo perché, pensavo solo che fosse irrilevante.

“Non ce n’era alcun motivo, volevo chiudere con lei comunque”. Lei annuì bruscamente.

I nostri passi si fermarono contemporaneamente, eccoci lì. Sembrava solo un vicolo normale, niente macchie di sangue, niente armi, niente di niente. Rimanemmo per strada a guardare, non c’era nulla di particolarmente interessante. Sentimmo risuonare dei passi dall’altra parte, c’era qualcuno. Hollie mi spinse da un lato mentre ci infilavamo nel vicolo. Singhiozzava, in maniera isterica. Hollie sbirciò dall’angolo, “È Lewis”, bisbigliò furiosamente.

“Cosa? È da solo?”

“Sì, resta qui.” Prima che potessi protestare, se ne era andata. La sentii vagamente parlare con lui, “Lewis! Passavo giusto di qui per fare compere, che ci fai qu-oh, che succede?” Sentivo solo mormorare mentre lui continuava a singhiozzare, niente che riuscissi davvero a decifrare. Poi, restarono entrambi in silenzio, il che era piuttosto strano. Decisi di guardare con discrezione, il vicolo era vuoto. Beh, l’investigazione di oggi era stata un fallimento.

Ritornai nella sua stanza passando di nuovo dalla finestra e anticipando il suo rientro. Speravo che Lewis stesse bene, non lo avevo mai visto piangere così in vita mia. Nemmeno quando era morto suo nonno.

Si sentivano dei passi salire di corsa le scale, finalmente era tornata. A meno che non fossero i suoi genitori. Nel panico, cercai un posto in cui nascondermi, dietro le tende? Troppo scontato. I passi si facevano più forti e, come ultima risorsa, mi infilai sotto il letto. La porta si aprì con un cigolio, i passi circondarono il letto e poi tornarono di nuovo in fondo.

“Wow, Jack, sei invisibile adesso?”, rise. Mi girai di schiena, senza accorgermi che i piedi mi sporgevano dal letto. Strisciai fuori e mi sedetti sul letto accanto a lei.

“Allora, dove sei finita?”, chiesi curioso.

“L’ho accompagnato a casa”.

“Oh, ha detto qualcosa mentre tornavate?”

“No…”, la conversazione non poteva essere meno interessante, pensavo che avessimo una pista una volta scoperto il luogo del delitto, “finché non siamo entrati”. Era entrata! Non avevo previsto tutto questo. “Mi ha detto che gli mancavi più del solito, per questo era tornato indietro. Mi ha raccontato che la notte della tua morte gli avevi detto della tua intenzione di rompere con Emma e che lui era felice, felice di riaverti. Apparentemente, avevi perso te stesso mentre stavi con lei”. Avevo perso me stesso? Certo, passavo la maggior parte del tempo con lei, ma era la mia ragazza, anche piuttosto ossessiva.

“Piangeva di nuovo, così lo abbracciai, e in quel momento…”

“Cosa?”

“Mi ha baciata”. I miei lineamenti cominciarono a distendersi, proprio quando pensavo che lei non potesse più sorprendermi. “Ma non è importante. Quello che importa è che mentre mi baciava ho visto qualcosa, proprio in cima alla libreria”.

“Ha messo qualcosa lì sopra? Gli dicevo sempre di farlo, invece di stipare i suoi trofei di calcio e cacate varie sulle altre mensole”.

“Perché non metteva niente sulla mensola più alta?”

“Diceva che non ce n’era motivo, nessuno ci avrebbe fatto caso, lì non poteva sfoggiare niente”. Hollie inarcò le sopracciglia mentre distolse lo sguardo. “Perché?”

“Jack, sulla mensola c’era un coltello, un machete enorme. Sei stato pugnalato”.

“No, non è stato lui!” Che ci faceva con un machete, aspetta, “Com’era? Aveva un…”

“Manico rosso”, rispondemmo all’unisono. Per forza, Lewis non si fidava di se stesso con un coltellino, figurarsi con un machete. In tono distaccato, le dissi: “So a chi appartiene quel machete”.

 

Cercando il mio assassino © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

  

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