La passeggiata di ritorno dal laghetto fu tranquilla, Gerald era probabilmente assorto in un sogno ad occhi aperti. E no, non abbiamo preso nessun pesce. Uno sforzo piuttosto inutile. Quando arrivammo alla porta, si voltò e mi disse: “Signor Ritter, c’è qualcosa che non ho detto alla polizia. Adesso che mi aiuterà, penso sia meglio che lei lo sappia”. Eccola di nuovo, quella sensazione di incertezza, proprio quando pensavo di aver distinto un altro innocente da un bugiardo. Mi invitò dentro e mi sedetti allo stesso posto mentre lui andava di nuovo su e giù per la stanza.

“Vede, signor Ritter, quei ragazzi di cui le ho parlato, quelli che vengono al laghetto di tanto in tanto, l’ultima volta che andai a pescare fu il giorno in cui morì mia moglie. Mi hanno visto lì a impacchettare gli utensili da pesca, a farmi gli affari miei. Uno gridò: “Vecchietto!” Allora io guardai, pensai fosse meglio che ignorarli, li avrebbe fatti innervosire”, iniziò.

“Quanti anni avevano questi ragazzi?”, domandai.

“Penso sotto i diciotto. Mi dissero di comprargli dell’alcool. Gli risposi che non lo avrei fatto e, quando passai accanto a loro per tornare a casa, uno mi spinse, dicendomene di tutti i colori. Cercai di fermarli, quando sentii un altro urlare: “Uccideremo te e tua moglie nel sonno, sappiamo dove vivi”, mi inseguirono dopo avermi detto che sarebbero venuti a casa mia quando meno me lo sarei aspettato, che mi avevano visto uscire dalla porta d’ingresso”, sembrava senza fiato adesso, probabilmente per l’ansia di rivivere la storia.

“Sa che i giovani delinquenti come loro se ne escono sempre con ogni tipo di minaccia quando non sono nemmeno capaci di farti un graffio?”

“Non potevo correre il rischio. Ho un’arma, la usavo per cacciare, giusto una piccola pistola. La misi sotto il cuscino quella notte…”

“Gerald”, lo fermai, “si rende conto di come vedrà questa storia la polizia?!”

“Non sanno che era la mia arma!”

“Ma sanno che c’era un’arma e a sua moglie hanno sparato in testa! E adesso ci saranno ancora più dita puntate contro di lei!” Colpì il davanzale con la mano.

“Dio Santo, non le ho sparato io! L’arma non si trova, non so dove sia, tutto ciò che porta alla sparatoria è nero e questo perché ero sonnambulo!”, lo guardai impassibile. Se non aveva usato lui l’arma, allora chi era stato? Mi aveva preso in giro per tutto questo tempo? Dovevo prendere la situazione in mano, pensare tra me e me senza che ci fosse Gerald davanti a me, irremovibile sulla sua innocenza.

“Devo andare”, dissi, alzandomi e allisciandomi il vestito. “La contatterò, Gerald”. Lui rispose annuendo, sapevamo entrambi che ci eravamo detti abbastanza per quel giorno.

Nei miei trentatré anni di vita, avevo finora affrontato ventisette casi nella mia carriera e quando la settimana successiva ricevetti una chiamata per appurare che sarei stato l’avvocato di Gerald, mi presi un momento per riflettere sui pro e i contro. Un caso in cui non c’era, tecnicamente, nessun testimone, nessun movente reale, nessuna prova visto che l’arma era scomparsa; dovevo difendere un uomo che era il primo sospettato senza una prova della sua innocenza. Malgrado avessi la sua parola, io non ero ancora sicuro. Oh e l’arma del delitto apparteneva a lui. A meno che non fosse stata usata un’altra arma.

Nonostante ciò, Andrew Ritter non demorde così facilmente.

Raccontai al detective dei giovanotti che minacciavano Gerald, tuttavia venne fuori che avevano tutti un alibi per quella sera. Coperti dai loro genitori, ognuno dei ragazzi era a letto, il giorno dopo c’era la scuola. A quanto pare, uno Yorkshire Terrier mordeva più di quei ragazzi. Doveva esserci un anello da qualche parte, un pezzo mancante nella notte in cui Gerald era andato in black out.

Questo anello rimase fuori dalla catena fino alla notte in cui Gerald mi invitò a cena per ringraziarmi del mio impegno.

“Stufato buonissimo, non ho mai mangiato così da quando vivo da solo, di solito ordino una pizza o butto qualcosa nel forno a microonde”, spiegai.

“Beh, è il minimo che possa fare”, rispose. Raschiai via gli ultimi pezzi nel piatto e mi lasciai andare sulla sedia di legno con il cuore felice e lo stomaco pieno.

“Sa, Gerald, una buona bottiglia di vino lo manderebbe giù perbene”, suggerii. La sua espressione si incupì.

“Oh no, no, signor Ritter, non c’è mai stato alcool in questa casa. E non ci sarà mai”. Il mistero che si nascondeva dietro a questo mi intrigava, bel tipo Gerald Buchanan, ex-alcolista. Forse questa esagerata tradizione era solo una copertura per quello che era stato.

“Come mai?”, poggiò le posate sul piatto.

“Jose. Ormai è acqua passata, ma quando la incontrai, non stava proprio bene”.

“Abbiamo tutti i nostri momenti”.

“Se un momento dura tre anni”, si fermò. “Quando ci siamo incontrati a Londra, lei era alcolizzata ed aggressiva. Smarrita. I suoi genitori la buttarono fuori quindi condivideva un piccolo appartamento con altre sue sei amiche, le loro anime, sembravano… smarrite anche loro”.

“Quand’è che è migliorata?”

“Lei mi diceva che quando stava con me, non sentiva il bisogno di bere. Parlava sempre di com’era cresciuta a York, di come fosse la sua isola felice. Quando i suoi genitori si trasferirono a Londra, lei si sentì in pericolo e vulnerabile”. Si schiarì la voce, “Andò a degli incontri con altri alcolisti mentre eravamo a Londra e quando mi sembrò che fosse abbastanza forte, suggerii di trasferirci a York. E così facemmo, lasciai la mia famiglia e scappai qui: solo io e Jose”.

“Quindi restò completamente pulita dopo?”

“Beh, nei due anni a Londra aveva degli alti e bassi. Quando arrivammo a York, erano di più gli alti. Erano rari i casi in cui cedeva, ma una volta la minacciai di andarmene e tornare a Londra. Lei non bevve mai più”, sorrise dolcemente.

Immagino che all’inizio accettai di aiutare Gerald perché in fondo volevo che fosse innocente. Ma adesso, più parlava di sua moglie, più la sua innocenza svaniva. Mi rattristava che non ci fosse molto su cui lavorare, in termini di prove e altri potenziali sospettati. Difenderlo sarebbe stata l’impresa più difficile della mia carriera, ma dovevo provarci.

Quando andai in bagno, fu la mia prima volta al piano di sopra della casa e non riuscii a resistere al curioso impeto di vedere dove era accaduto, di vedere dove era morta Josie quella notte. La porta non era completamente chiusa, era proprio in cima alle scale quindi prima di spingerla, mi voltai indietro. Libero. La porta si aprì, la stanza era piccola, il letto matrimoniale ne prendeva una buona parte. La finestra era a sinistra del letto, quindi immaginai quello fosse il lato di Gerald, visto che era andato alla finestra, prima di trovarla. Il lato di Josie era normale, come se non fosse successo nulla. Non fraintendetemi, non mi aspettavo le coperte ancora impregnate di sangue, ma di solito la morte lascia delle tracce. La trapunta invece era di un bianco immacolato, tutto sembrava al suo posto. Ma allo stesso tempo privo di vita.

Lo scricchiolio di una sedia al piano di sotto mi fece agitare. Chiusi la porta com’era e corsi in bagno; se mi avesse chiesto, avrei detto che avevo la cintura bloccata o roba del genere. Perciò, mentre ero in piedi a fare le mie cose, guardai in basso e vidi che il mio laccio sinistro era sciolto e che si era infilato tra le assi. La scarpa era slacciata, così mi abbassai per tenere la scarpa ferma ed evitare di perdere di vista l’asse, il buco era troppo grande per ignorarlo. Dopo essermi lavato le mani e il resto, indagai. L’asse era allentata ma il mio sesto senso mi diceva che era fatto di proposito. Dopo aver tolto il pezzo come in un mosaico, allungai la mano nel buco. Non c’era niente. Continuai a ondeggiare il braccio e stavo quasi per rinunciare. Finché qualcosa di freddo mi sfiorò la mano. Dopo circa cinque-sette minuti (la scusa della cintura non sarebbe più stata sufficiente a questo punto), toccai quello che sembrava una bottiglia di vetro mezza piena, di vino. Presi il telefono e illuminai il buco con la torcia, c’erano mucchi di bottiglie di vetro lasciate sotto le assi, la collezione di Josie. Quando aveva ricominciato a bere? Questa era l’unica bottiglia con ancora del vino dentro.

Quel grido sommesso,“Tutto a posto lassù, signor Ritter?, mi spaventò. Ironicamente, tutto era a posto quassù, era laggiù sotto le assi che giaceva un altro nuovo mistero. Come potevo dirglielo? “Viene fuori, Gerald, che sua moglie non sia quello che sembrava”. Non potevo, mi considero un uomo schietto, ma questo gli avrebbe spezzato il cuore. Perciò, infilai la bottiglia di nuovo dentro e rimisi l’asse e la sua fessura a posto, mi riallacciai le scarpe e uscii. Gli dissi che mi aveva chiamato mia madre, sembrò credermi. Lo ringraziai per il pranzo, gli diedi la buonanotte e me ne andai.

Dovevo scoprire di più sulla vera Josie. Anche se Gerald non sapeva perché sua moglie era stata uccisa, io avevo l’ossessionante sensazione che Josie potesse averlo previsto. Dovevo solo mettere insieme gli altri pezzi del mosaico.

 

A caccia di giustizia © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

  

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