A caccia di giustizia
Capitolo 1

 

Vi racconterò questa storia dal punto di vista di una terza persona. Questo perché tre è un numero ordinale importante. La moglie di Gerald Buchanan, Josie Buchanan, è stata uccisa il 3 marzo del 2001. L’omicidio è avvenuto di notte, la terza volta che Gerald era sonnambulo. E io sono stato la terza persona ad avere incontrato l’assassino.

Ero il suo avvocato, ricordo quando ho sentito parlare del caso per la prima volta. Avevo recentemente vinto una causa in cui difendevo un uomo accusato di stupro, l’uomo più innocente che avessi mai incontrato. Incastrato, solo perché la donna, la sua vicina, era stanca del fatto che parlasse ai suoi figli quando tornavano da scuola, che gli offrisse cioccolati. William Withers, lo chiamavano Billy. Mostrava leggeri tratti da Down, non tanto evidenti dai suoi lineamenti quanto dal bambino che nascondeva dentro. Dopo questo caso pensavo di saper distinguere i bugiardi dagli innocenti. Ho sempre considerato Gerald Buchanan un bugiardo.

Quando ho saputo che il caso implicava un vecchio uomo di 48 anni che, nelle prime ore del mattino, aveva acceso la luce e trovato la moglie accanto a lui con le cervella saltate in aria, senza ricordarsi di come fosse successo, mi è venuta in mente solo una parola: stronzate. Il caso mi sapeva di questo.

Nonostante ciò, incontrai Gerald a casa sua, lui mi offrì un’ingente somma di denaro per aiutarlo, prima ancora di raccontarmi la sua versione della storia. La casa sembrava ordinaria, aveva l’aria di un cottage, qualcuno l’avrebbe considerato grazioso. Lui aveva delle gocce di sudore sulla fronte prima che ci sedessimo, nemmeno la metà di quanto mi aveva lasciato sul palmo stringendomi la mano.

“Una tazza di tè, signor Ritter?”, domandò.

“Uno di zucchero, per favore”. Filò via in cucina, mentre mi mettevo a sedere e coglievo questa opportunità per osservare la stanza. Contai solo due foto di Gerald e sua moglie, immaginai che fossero soltanto loro due, non c’erano foto di figli. Sul camino era appeso un pesce enorme, ne andava evidentemente orgoglioso da metterlo in bella mostra. Mi sorprese che il pesce fosse più grande della televisione nell’angolo. Gerald tornò con le bevande, stese le tovagliette e poggiò le tazze.

“Devo ammetterlo, lei sembra un uomo tradizionale, signor Buchanan. Con la televisione vecchio stile e quel pesce”. Sorseggiai il mio tè, c’era un po’ troppo zucchero. Lui rise, in maniera al quanto esagerata, non sapevo decidermi se per nervosismo o per educazione.

“Oh sì, quella carpa fu il primo pesce che presi qui. Sono più un uomo da aria aperta, non sto rannicchiato a guardare la TV, non mi interessa”.

“Allora posso chiederle perché ha una televisione?”, il suo sorriso si spense lentamente e lui evitò il mio sguardo.

“Jose. Lei non amava l’aria aperta come me. Quindi, quando io uscivo, a pescare o anche solo a fare un giro, lei se ne restava a casa a guardare la TV”.

Lo guardai, lui continuava ad evitare il contatto visivo. C’era qualcosa di strano in Gerald, non sembrava il tipo d’uomo da piantare un proiettile nel cervello della moglie nella tranquillità della loro casa. Ma non potevo fare a meno di pensare che tutto questo potesse essere un’illusione che stava creando lui. Nonostante gli occhiali così spessi, la camicia perfettamente stirata e abbottonata fino in cima, questo tizio poteva avere uno scheletro nell’armadio o la strana vecchia compagna nascosta sotto le assi del pavimento. Non si può mai sapere, no? Eppure, vagliando ciò che era accaduto quella notte, a questo punto ero certo di avere tutte le risposte.

“Perciò, signor Buchanan…”

“Oh la prego, mi chiami Gerald”, esclamò, “prima che continuiamo”.

“Gerald, ho letto la pratica, ma voglio che mi dica lei cos’è successo quella notte, il 3 marzo, in questa casa”. Si lasciò scivolare sul posto, intrecciò le dita e poggiò i gomiti sulle ginocchia.

“La pratica non le ha detto abbastanza?”, mi lanciò uno sguardo incerto.

“Diciamo che voglio sentirlo direttamente dall’interessato”. Preparandosi a ricordare quella notte, si schiarì la gola.

“Il fatto è, signor Ritter, che non so cos’è successo”.

“Come può non sapere cos’è successo? C’era anche lei quella notte, non è così?”

“Sì…”

“Allora mi dica cos’è successo”. Fu riportato indietro da quanto mi ero spinto avanti, sembrava vulnerabile. Non avevo pazienza, per quanto ne sapessi, mi avevano dato un caso che si spiegava da solo così come chi fosse l’assassino.

“Jose ed io andammo a letto”.

“A che ora?”, feci pressione, lui si fermò.

“Non ne sono sicuro, intorno alle 10, è il nostro solito orario, beh, lo era”.

“E poi?”

“Mi svegliai verso le 4, uscii dal letto, mi guardai intorno, camminavo stordito. Tutto sembrava granuloso, “Jose”, dissi, lei non rispondeva. Mi girai, “Jose”, poi tutto tornò al suo posto. Tutto d’un tratto. La mia irriconoscibile, cara Jose giaceva lì nel suo sangue”. Si portò le mani alla testa. “Non sapevo cosa fare, tutto era nero, poi mi svegliai e…”, si fermò per un minuto, “la cosa peggiore che potessi immaginare, era accaduta”. Il silenzio avvolse la stanza mentre io lo osservavo, lui alzò la testa di botto, sapevo che percepiva incertezza nei miei occhi: “Signor Ritter, non sono stato io”.

“Beh, sarà il tempo a dirlo…”

“Ma glielo sto dicendo io”, scattò, “le sto dicendo che non ho ucciso mia moglie, era l’amore della mia infanzia, l’unica donna che abbia mai amato. No, non avrei potuto”.

“Gerald, si è svegliato e lei era morta. Non ha informazioni da dare alla polizia perché “tutto era nero”. Ogni cosa punta a lei, lo capisce?”, gli spiegai, lui si alzò velocemente.

“Certo che lo capisco, è l’unica cosa che mi passa per la testa!”, si asciugò il viso con le mani e iniziò a passeggiare per la stanza.

“La prego, mi aiuti. La pagherò il doppio, ho bisogno di un avvocato e ho sentito che lei è uno maledettamente bravo, quello di cui ho bisogno”.

“Non posso affrontare il fatto che lei non sappia come è succ…”

“Ero sonnambulo, d’accordo?”, mi dava le spalle. “Quella notte, ero sonnambulo. Per la terza volta nella mia vita”.

“Quindi se era sonnambulo, potrebbe essere stato lei…”

“No!”, adesso stava gridando, “Non avevo alcuna ragione per uccidere Jose! Non sono capace di un tale crimine nemmeno quando sono cosciente”. La sua voce cominciava a smorzarsi, “Ascolti, sono solo una persona che ha sempre chiesto una vita tranquilla: vado a pesca, mi piacciono i libri, sto invecchiando. Pensa che avrei buttato tutto al vento uccidendo mia moglie? Lei è l’unica persona che avevo”.

“Non ha parenti o altro?”

“Non qui, la mia famiglia è tutta a Londra. Mi sono trasferito a York perché Jose era qui”. Non sapevo con certezza se iniziavo solo a dispiacermi per il tipo o se questo era ciò che volesse. Nessuna cosa della pratica aveva senso da quello che diceva e questo mi rendeva un po’ curioso. “Per favore, mi aiuti ad affrontare il tribunale, signor Ritter”. Odiavo quando le persone mi imploravano, succede spesso nel mio lavoro. Ma grazie al lavoro impari a non implorare perché equivale solo a mettere il potere nelle mani di qualcun altro. Ogni volta che parlo al giudice non lo imploro di ascoltarmi, glielo ordino e basta.

“Devo pensarci”, era tutto quello che potevo dirgli. Lui annuì.

In quel momento decisi che avevo lavorato abbastanza, c’era qualcosa di intrigante in questo caso, così intrigante che mi ritrovai a riflettere sugli eventi prima di andare a letto quella notte. Persino una settimana dopo, ne stavo discutendo ad un appuntamento. Ero seduto di fronte a una donna bionda e magra, con delle carnose labbra rosse e degli occhi seducenti, eppure tutto quello a cui riuscivo a pensare era come non avesse senso e di come non sapessi se fidarmi di Gerald.

Poi mi venne in mente che ormai dovevo arrivare fino in fondo al caso. Non sono un detective, ma se Gerald avesse avuto anche una sola possibilità di essere innocente, allora dovevo fare qualcosa.

Così gli telefonai e gli chiesi se potevo andare di nuovo da lui, al che rispose che non c’erano problemi. Non ho menzionato un’ora precisa, e quando arrivai, lo trovai per strada con i suoi arnesi da pesca. “Gerald”, gridai. Ebbi la sua attenzione e lui si girò, sorridente.

“Signor Ritter, stavo giusto andando a pescare. Vuole venire?” Sembrava così entusiasta nonostante fosse sopraffatto dalla canna da pesca sulla spalla e dalle enormi scatole che portava in entrambe le mani. Sono più un uomo a cui piace stare a casa, seduto sul divano con una birra o uno champagne, dipende dalla settimana in cui indossavo la vestaglia. Il solo pensiero di pescare, seduto lì per ore, mi faceva venire voglia di decapitarmi. Forse avrebbe potuto usare la mia testa come esca se avesse finito i vermi. Lo avrei preferito.

“Certo”, risposi, con il sorriso più forzato che esista. Pensai che se non fossi andato, avrei dovuto aspettare ancora per scoprire qualcosa. Inoltre, non ero fisicamente io a pescare, pensai. Immaginai fosse compito di Gerald.

Sistemò tutto, per fortuna c’era una panchina davanti al laghetto in cui mi aveva portato, non dovevo sedermi sull’erba con il mio vestito nuovo.

“Perché non lancia lei per primo?”, propose, porgendomi la canna.

“Lanciare per primo?”, domandai. Ero ironicamente un pesce fuor d’acqua.

“Sì, beh, si chiama fortuna del principiante! Magari prenderà qualcosa”. L’unica cosa che ero sicuro di prendere era una sorta di infezione per l’acqua putrida. Accettai la canna e lui si sedette rilassato sulla panchina mentre si guardava intorno.

“Cerca qualcosa?”, domandai. Il suo sguardo cambiò, divenne leggermente meno rilassato.

“Beh, signor Ritter, a volte quei ragazzini vengono qui e cominciano a urlare. Tipico dei ragazzi. Non le mentirò anche se a volte mi scoraggiano a venire”. Prima che potessi rispondere, disse: “Spesso vengo qui per pensare”.

“Pensare a cosa?”, rimasi seduto, la canna da pesca in entrambe le mani, sul mio vestito. Fui sollevato che questo posto fosse praticamente vuoto.

“A Jose”. Il suo sguardo fissava l’acqua.

“Devo chiederglielo, perché non avete avuto figli?” Lui mi guardò, le sue sopracciglia grigie si aggrottarono.

“Perché me lo chiede, signor Ritter?”

“Ha detto di amare sua moglie, ho notato che in casa sua c’erano solo foto di voi due. Nessun figlio. Mi chiedevo solo come mai”.

“Abbiamo parlato di avere dei figli circa… quindici anni fa. Volevo molto un bambino con la donna che amavo, come ogni altro uomo”, dichiarò.

“Allora perché non è stato così?”, continuai, si allentò la mia presa sulla canna.

“Lei mi fece capire che era troppo. Se fosse successo qualcosa a entrambi, il bambino sarebbe rimasto da solo, è questo che mi disse. Certo, la mia gente è a Londra, ma il bambino non conoscerebbe Londra. Qui, io e Jose saremmo stati tutto quello che conosceva. Non potevo sopportare di pensare che succedesse”. Lo guardai, lui non sembrava avere l’aspetto di un padre. Li avrebbe portati a pescare e se avesse avuto una figlia si sarebbe assicurato che i ragazzini idioti la trattassero bene. Poi ebbi una rivelazione.

“Ma adesso, è lei che è rimasto solo”, constatai, senza un po’ di tatto. Era una di quelle cose che dovresti solo pensare nella tua testa. Gerald sorrise con grande comprensione.

“Le parlo ancora ogni tanto. Mi accorgo di quanto mi manchi davvero quando succede qualcosa, bella o brutta, persino senza senso, come quando indosso i calzini spaiati. Non ci avevo mai fatto caso, ma è una cosa su cui avrebbe avuto da ridire”, sorrise, “È l’unica persona al mondo a cui avrei voluto dirlo e ora non c’è più”. Le sue risate si trasformarono presto in tenere lacrime, non singhiozzava, le lacrime sembravano semplicemente scappare via. Più trascorrevo del tempo con lui, più mi accorgevo dell’amore per sua moglie. Della sua innocenza.

“Sarò il suo avvocato per il caso, Gerald”, decisi di andare al sodo. Lui era a corto di parole, nei suoi occhi apparì un barlume di speranza che era mancato dalla morte di sua moglie. Mi toccò la spalla, sapevo quanto significasse per lui.

 

A caccia di giustizia © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

 

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