Quella notte ero seduto in cucina con un bicchiere di champagne e quando lo finii, pensai “Wow, mi serve davvero un’altra bevuta”. Forse questo caso stava trasformando persino me in un alcolista, ma questa cosa mi fece pensare, se mi fossi infiltrato per i locali di York, forse lo avrei trovato. Sarebbe stato come trovare “un ago in un pagliaio”, dice un vecchio proverbio. Sarei rimasto fuori tutta la notte: non nascondo che la cosa mi piacesse, ma non ero più giovane come una volta. Di sicuro c’erano molti locali a York, ma dubitavo che ci fossero tanti Pierre’s. Personalmente, non sono un fan dei social media, ma in questo caso li usai a mio vantaggio. Cercai il sito “People Talk” a cui mi ero unito un anno fa e per cui avevo presto perso interesse. Scorrevo soltanto le noiose storie delle solite vecchie persone che non combinavano nulla, o di quelle che riuscivano a combinare qualcosa ma sceglievano di postarlo sul sito prima di dirlo alle loro famiglie. Strano.

Ad ogni modo, cercai solo “Pierre”, era tutto quello che mi bastava. Scorrendo un po’, venne fuori un Pierre Lincoln, diceva che viveva a York e lavorava al Lola’s Bar. Sapevo che c’ero vicino, tutto tornava, così mi misi il cappotto, preparai la mappa sul mio teleofono e andai.

Se dovessi riassumere il posto in tre parole: claustrofobico, volgare, neon. Anche se il neon potrebbe rientrare nella categoria “volgare”. Sono un uomo equilibrato, tutto in moderazione. La quantità di luci neon in questo posto non era moderato, se si tiene conto che il locale era piuttosto piccolo. Facevo fatica a vedere per via del fumo nella stanza, che era colorato di rosso dalle luci. La gente lì dentro sembrava giovane, sui vent’anni o anche meno. Mi sedetti su uno sgabello alla fine del locale e arrivò un ragazzo con i capelli ricci e dei ridicoli denti bianchi. Ad essere onesti poteva anche essere l’effetto delle luci. Strinsi gli occhi disperatamente per leggere la sua targhetta, J… Ja… Jad?

“Ci sono problemi, signore?”, disse, almeno era educato.

“Oh, scusami”, risi, “sto solo cercando di leggere il tuo nome ma è difficile vedere qui dentro”.

“Jack”, sorrise.

“Jack, prenderò un bichiere del vostro vino migliore, per favore”.

“Lei è un tipo da vino?”, domandò.

“Da vino e champagne in realtà”, risposi, lui annuì. Mentre versava la bottiglia nel bicchiere, notai che il vetro aveva la stessa particolare forma delle bottiglie trovate da Josie. Doveva essere il posto in cui prendeva la sua dose.

Un tipo molto più anziano del primo si avvicinò, non riuscivo a sentire cosa dicesse per via della musica, ma sentii la risposta di Jack: “Sì, tornerà presto dalla pausa, così io potrò andare”. Poi l’uomo più anziano andò via.

“Chi era quello?”, domandai.

“Oh, è solo il capo, vorrei fare una pausa presto, ma aspetto che torni un altro ragazzo”.

“Come si chiamava?”, chiesi ancora. Sembrò confuso dalla mia domanda.

“Martin. Perché? Non ci sono problemi, vero signore? Perché eventualmente glieli risolvo io, lo giuro…”

“No, è tutto a posto, grazie”, accennai un brusco sorriso. Il panico lo abbandonò. Ci siamo passati tutti, intimiditi dal capo. Poi si avvicinò un altro uomo, che si legava il grembiule mentre camminava.

“Jack, scusa amico, puoi andare ora, non mi ero accorto del tempo a disposizione”, disse. Dall’aspetto fisico, immaginai che lui fosse più grande di Jack, aveva una corporatura più robusta e meno capelli da giovane. Aveva più l’aria di un uomo cresciuto a confronto. Velocemente si girò verso il gruppo di ragazze che lo aspettavano: “D’accordo signore, volete la solita caraffa di Sex on the beach?” Tutte annuirono, “Sì, mi ricordavo e niente bicchieri, solo cannucce perché voi bevete dalla brocca”, le indicò.

“Esatto”, rispose una delle donne.

“E ricordate, brocche non droghe, signore!”, gridò mentre gli serviva le caraffe. Affascinante. Era sicuramente un bar di studenti. Si diresse verso un altro cliente, quando una delle ragazze lo chiamò e gridò: “Pierre!”. Lui si voltò, io mi voltai. Era lui. Lei bisbigliò al suo orecchio e indicò la bottiglia di vino, lo stesso che avevo preso io.

“Dopo, dopo, non posso adesso”, rispose. La ragazza si allontanò e si girò scuotendo la testa in modo agitato. Lo chiamai e gli chiesi la stessa cosa.

“Sembri un po’ contrariato, va tutto bene?”, aggiunsi.

Mentre mi versava da bere rispose: “Le donne, amico, gli dai una bottiglia di vino una volta e loro pensano di poterti chiedere di continuare. Una volta va bene, gli fa piacere di più il posto, sa cosa intendo? Le fa tornare. Ma se mi beccano, lo scalano dalla paga”.

“Eh sì, qual è il tuo nome scusa? Non riesco a capirlo dalla targhetta”. Dovevo assicurarmi che fosse il ragazzo giusto, stava succedendo tutto velocemente. Riuscivo a immaginarmela mentre entrava qui dentro disperata per avere una bevuta e ricevere una bottiglia gratis, visto che conosceva intimamente questo tizio.

“Pierre, Pierre Lincoln. Probabilmente l’unico da queste parti, è francese, l’ho preso da mio nonno”. Ottimo, anche delle informazioni culturali sul suo conto, ma sapevo già quello che volevo. Continuai a chiacchierare per un po’, non sembrava una cattiva persona, era troppo presto per definirlo un assassino.

Ma come ho già detto, io non sono un detective e questo era il massimo che potessi fare, perciò diedi le informazioni su di lui alla polizia e raccontai cos’era successo da Gerald.

Nei giorni seguenti, qualcuno bussò alla mia porta.

“Posso entrare?”, era il detective Scofield, lo avevo incontrato qualche volta in passato. Aprii la porta per indicargli di entrare. “Ascolti Ritter, abbiamo riflettuto su quello che ha detto e la prova ci sarebbe”, si sedette, “ma stavo pensando di comportarmi onestamente con questo ragazzo e fargli delle domande su quella notte”.

“Perciò ignorerete quello che vi ho detto? Lascerete andare in galera un innocente?

“No”, alzò leggermente la voce. “Sono venuto perché abbiamo bisogno che lei faccia qualche ricerca nascosta”. Mi sedetti accanto a lui.

“Vada avanti”, risposi.

“Questo ragazzo potrebbe facilmente negare di conoscere Josie Buchanan, non c’è una prova schiacciante che riconduce a lui. Ha detto di avere incontrato questo tipo. Cerchi di conoscerlo meglio, vada più a fondo, provi a farlo parlare di lei”. Si fermò per farmi rispondere, mi stava chiedendo di entrare in azione?

“Lei si rende conto che il mio lavoro non corrisponde alla descrizione di Detective?”

“Sì, beh, ha fatto un bel lavoro finora. Le sistemeremo dei microfoni nascosti e un membro della squadra ascolterà per cercare qualcosa di sospetto, lei deve solo essere…”

“Il burattino”.

“Il manipolatore, un titolo molto più valido”, sogghignò. “Sa manipolare un giudice in tribunale, saprà manipolare un giovanotto al bar”. Aveva senso, Pierre avrebbe potuto facilmente dire di non conoscerla e che quella notte lavorava. Avrebbe sicuramente mentito, ma noi non potevamo provarlo.

“D’accordo”, dichiarai. Lui mi diede un colpetto sulla spalla e si alzò.

“Eccellente! Sapevamo di poter contare su di lei, Ritter. Ancora una cosa, non lo dica a Gerald. È ancora un sospettato dopo tutto”. Detto ciò, se ne andò.

 

A caccia di giustizia © Copyright traduzione Michela D’Amico.

 

 

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